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Ad ovest il Vallo di Offa correva da sud da Rhuddan al Wye e dal Wye al Canale di Bristol, a Chepstow, segnando i confini con i britanni del Galles. Verso nord si stendeva quella potente alleanza fra Irlandesi 'Scozzesi', Gallesi di Strathclyde, inglesi Lothiani, Pitti e Norvegesi, la quale includeva il nascente regno di Scozia. I confini del nord erano cambiati molte volte dal tempo in cui, nell'est, il grande Regno Inglese di Northumbria si stendeva dall' Humber al Forth e ad ovest gli scozzesi si erano spinti per la prima volta a sud in Cumbria. Ma ora, per quasi un secolo, una linea di confine concordata, anche se incompleta, dal Tweed al Solway Firth, aveva tenuto separati i sudditi del Regno d'Inghilterra dai loro vicini del nord.
Tentando di ricostruire quello che accadde nel 1066, dobbiamo abbandonare molte supposizioni dei giorni nostri. Per cominciare, dobbiamo abbandonare qualsiasi concetto moderno di nazionalismo. Quantunque un anglo che viveva sulla costa del Northumberland ed un sassone dell'ovest dell'Hampshire potrebbero essere d'accordo sull'essere tutti e due 'Englisc', tali sentimenti comuni trovavano poca espressione nella politica del tempo. Anzi, in molti modi, nella metà dell' XI secolo l'Inghilterra era meno unita che non quanto era stata ai tempi di Alfredo il Grande. Vero è che l'uomo del primo medioevo percepiva il mondo in un modo molto diverso da noi. Il suo comportamento apparentemente irrazionale e spesso immorale rifletteva una intensa consapevolezza del soprannaturale ed è, forse in parte spiegata dalla durezza, dal disagio e dal pericolo che comportava la vita di tutti i giorni. Le condizioni dell' XI secolo non favorivano la persona debole. Sia il nobile che il non nobile vivevano vicini alla terra, con poca o nessuna protezione dai capricci della natura e le allarmanti visite di carestie e pestilenze. Il senso di insicurezza che ne risultava si manifestava in forme estreme di pratiche religiose e nella forte sopravvivenza della superstizione pagana. Questi atteggiamenti spesso andavano di pari passo con un doloroso realismo politico e con un cinico disprezzo per la vita umana.
I signori delle contee dell'Inghilterra centrale e settentrionale, Edwin di Mercia e suo fratello Morkere del Northumbria, provenivano da una nobile casata per lungo tempo in cattivi rapporti con i Godwines. Ben consapevole di ciò, Aroldo, dopo solo poche settimane passate sul trono, fece un viaggio al nord per ottenere il consenso degli orgogliosi e fieramente indipendenti Merciani e Northumbriani. Superò questa manovra sposando, senza ulteriore fatica, la sorella di Edwin e Morkere, Alditha. Comunque, il più grande pericolo per il nuovo sovrano stava oltre i confini dell'Inghilterra. Due signori stranieri, Araldo Sigurdsson, re della Norvegia e il duca Guglielmo di Normandia studiarono l'incoronazione di Aroldo con più che casuale interesse. Tutti e due rivendicavano per se stessi il trono inglese. La minaccia più immediata stava arrivando da un terrificante norvegese il cui soprannome 'Hardraada' significava tiranno o hard-councel. Era considerato il più grande guerriero di quei giorni, e racconti delle sue imprese d'ampio respiro risuonavano in ogni angolo del mondo allora conosciuto. Fino al tempo di Edoardo il Confessore, ben presente nella memoria di molti inglesi nel 1066, l' Inghilterra era stata, per quasi trent'anni, una parte dell'Impero Scandinavo governato dai Danesi. Il pretesto definitivo di Hardraada per far rinascere le speranze di un'altra conquista del paese da parte dei norvegesi, era la rivendicazione del trono d'Inghilterra che il suo predecessore, Magnus di Norvegia, aveva ricevuto in promessa, nel 1042, dall' ultimo dei re anglo-danesi, Harthacnut. Forse Hardraada credeva anche che tra i molti inglesi che vivevano nelle contee dell' Inghilterra centrale del nord e dell'est, che erano di ceppo scandinavo, ci sarebbero stati quelli che avrebbero potuto preferire essere governati da un norvegese piuttosto che da un mezzo sassone del sud.
La rivendicazione del trono inglese da parte di Guglielmo aveva appena un po' più di fondamento che non quella di Hardraada. Egli era cugino di primo grado del notoriamente pro-normanno Edoardo il Confessore, il quale, si diceva, promise a Guglielmo la successione sin dal 1051. Le uniche fonti che abbiamo relativamente a questa vicenda, comunque, sono normanne e anche se tutto ciò era vero, Edoardo non aveva alcun diritto di promettere il trono ad alcuno! Un'altra diceria che è frequentemente esibita, ma della quale non vi è prova attendibile, è quella che vede Aroldo, durante la presunta visita in Normandia nel 1064, prestare giuramento su una sacra reliquia affinché il trono d'Inghilterra venisse riservato a Guglielmo alla morte di Edoardo. Questo cruciale avvenimento è graficamente illustrato nel famoso Tapisserie de Bayeux, un "racconto a fumetti" senza prezzo che racconta la storia della conquista normanna, commissionata, si pensa, dal fratellastro di Guglielmo, Odo, vescovo di Bayeux. Come opera d'arte, questo panno ricamato è meraviglioso; come illustrazione dell'arte della guerra dell' XI secolo è senza rivali. Come singola manifestazione di storia effettiva, è assai sospetto. Il messaggio che trasmette è solamente che Guglielmo era il legittimo erede al trono di Edoardo e che quindi aveva ogni diritto di invadere l'Inghilterra e destituire l'usurpatore, Godwineson.
Il re d'Inghilterra appena eletto, il quale avrebbe dovuto presto fronteggiare questi due risoluti concorrenti alla sua corona era, come loro, un soldato esperto ed un condottiero di uomini impetuoso e pieno di slancio. E' difficile non percepire una forte affinità con Aroldo, l'ultimo dei re anglo-sassoni. Noi abbiamo la tendenza a vederlo sempre nel suo momento decisivo e più bello; una figura tragicamente sfortunata che combatte eroicamente contro schiaccianti differenze in difesa del suo regno ed alla fine trova una morte da guerriero a Hastings. Questa immagine tende ad oscurare qualche cosa del suo carattere. Sebbene Aroldo probabilmente era meno esagerato di quanto lo fossero la maggior parte dei condottieri politici e militari suoi contemporanei e quantunque, sia durante il suo breve regno pieno di guai che prima, come sotto-re di Edoardo egli genuinamente mirava a tenere unito ed in pace il paese, era allo stesso tempo ambizioso e spietato con coloro che gli si opponevano. Come suo padre prima di lui, lo straordinario, fattosi da sé Conte di Godwine, il quale complottò e tramò per anni con lo scopo di far divenire la sua famiglia dominante nel paese, Aroldo combatté e si ingegnò per il potere personale, e sebbene si possa dimostrare che vi fossero circostanze attenuanti, la conquista della corona nel 1066 fu in effetti un colpo di stato. Vi è qualche testimonianza che il Witan frettolosamente convocato e che lo elesse, fosse composto quasi interamente dai propri seguaci!
A questo punto, con Aroldo preoccupato per la minaccia proveniente da sud, irruppe su di lui la notizia che Araldo Hardraada di Norvegia, con un'immensa flotta era sbarcato a Ricall, nello Yorkshire. Tostig si era procurato un altro alleato. Aroldo e le sue truppe partirono immediatamente verso nord. La breve, impetuosa campagna che seguì doveva culminare nella grande battaglia di Stamfordbridge, una vittoria inglese così totale che avrebbe posto fine a due secoli di conflitto anglo-scandinavo.
Il vessillo personale di Hardraada era il famoso 'Landravager'. Questa enorme stendardo da battaglia era presumibilmente di seta bianca e blasonato al centro con un corvo nero con le ali spiegate: l'uccello di Odino. Il Duca Guglielmo aveva 32 anni; era il più giovane del terzetto. E' descritto con una capigliatura rosso bruna ed estremamente ben piantato. Era alto probabilmente 5 piedi e 10 pollici (sua moglie Matilda, casualmente era, in confronto, simile ad una nana; era alta 4 piedi e 2 pollici!). Guglielmo viene qui mostrato a cavallo di uno dei suoi famosi due stalloni neri andalusi - un regalo del re di Spagna - i quali erano entrambi certamente più grandi dei cavalli normalmente usati in battaglia in quel periodo. Viene anche mostrato lo stendardo papale, simbolo dell'approvazione romana all'avventura del duca normanno. Aroldo aveva 44 anni nel 1066. Era forse un po' più piccolo di Guglielmo ma si racconta che possedesse una forza non comune ed eccellenti capacità di resistenza. E' interessante notare che le monete che ritraggono l'immagine di Aroldo e quelle che ritraggono Guglielmo mostrano entrambe uomini che portano la barba. L'Tapisserie de Bayeux, comunque, ritrae Guglielmo completamente sbarbato e Aroldo mette in mostra solo i baffi.
La mappa si propone di dare un'idea di come probabilmente appariva l'Inghilterra nel 1066. Vengono indicate le foreste principali e viene indicata la linea costiera piuttosto varia. Dove è possibile i nomi dei luoghi sono riportati nell'ortografia dell'inglese antico.
Il seax - una spada più piccola, simile ad un pugnale, con un solo bordo tagliente - era anch'essa diffusa, specialmente tra gli inglesi ed i vichinghi (B11). Le lance, usate sia per essere lanciate che per trafiggere, erano comuni a tutti gli eserciti. Le aste erano solitamente di legno di frassino, lunghe circa sette piedi; le punte di ferro, dotate di cavità, erano diverse. I giavellotti avevano una punta piccola e leggera (B7), le lance per colpire avevano una punta larga, spesso a forma di foglia; a volte era dentata per evitare una penetrazione troppo profonda (A1, B6). La bandierina sulla lancia del cavaliere normanno serviva allo stesso scopo.
Le mazze ed i randelli (C1, C2), semplici ma letali, erano armi ugualmente ben conosciute sia dalle truppe a cavallo che dai fanti. Tra il contadiname meno ben equipaggiato - come la milizia inglese - una molteplicità di armi semplici, fatte in casa, come l'antiquata frombola, per esempio (B2), che era la veterana, stava al fianco di spade preparate in fretta, pugnali ed attrezzi d'uso giornaliero per i lavori agricoli, come la roncola (B1). Per la verità, molte armi della fanteria che sarebbe venuta dopo, si sarebbero sviluppate a partire dagli antichi forconi, dai correggiati, dalle vanghe, dai martelli, e dagli attrezzi per la manutenzione delle siepi che quasi certamente entrarono in azione durante questa campagna.
Il giorno nel quale ebbe luogo il combattimento a Stamfordbridge, faceva molto caldo; le truppe di Hardraada non pensavano in ogni caso di dover combattere una battaglia; molti si erano lasciati dietro l'armatura. La figura centrale (A6) rappresenta uno di questi uomini; il suo equipaggiamento militare era ridotto a spada, ascia, scudo ed elmetto. Quest'ultimo è in realtà un copricapo di cuoio rinforzato con ferro, evidentemente un'alternativa abbastanza comune all'elmo completamente metallico.
L'esercito inglese del 1066, (vedi l'illustrazione Tav.B), era una forza composita, comprendente tre sezioni principali. Il centro era formato dai reparti al servizio del sovrano o 'hiredmen' del re (uomini presi a servizio N.d.T.) e dai suoi comandanti conti, conosciuti come 'huscarles'. Questa forza d'élite, composta da soldati professionisti pagati - forte di più di 3000 uomini - sembra sia stata costituita intorno al 1018 dal re danese d'Inghilterra Cnut, e che si rifaceva alla 'jomsviking'' di suo nonno, Aroldo Bluetooth. I reparti degli huscarles erano principalmente composti da anglo-danesi pesantemente armati, perfettamente addestrati e superbamente disciplinati. Erano i migliori fanti dell'Europa del tempo ed anche i fieri norvegesi di Hardraada li tenevano in grande considerazione. L'huscarl mostrato qui (B13), porta il normale e tipico equipaggiamento comprendente un'ascia 'danese' a due mani. Indossa un usbergo piatto; l'elmo conico ha un protegginaso ed un proteggi-collo di cuoio.
Infine, vi era il grande 'fyrd' - truppe di leva della milizia ammassate dalle contee, usate principalmente per attività locale e difensiva. Queste truppe - uomini di città, uomini senza terra e contadini per i quali il servizio militare era un obbligo personale - erano di sovente messe in congedo poiché erano poco più di una plebaglia mal disciplinata; vi è comunque prova a supporto della credenza che, in qualche misura, la milizia dell'antico esercito inglese del primo periodo fosse in un certo senso un corpo selezionato, o per lo meno alcuni dei suoi membri avevano ricevuto armi adeguate ed adeguato addestramento. Può ben essere, in effetti, che questi inglesi ad Hastings, ritratti sull'Tapisserie de Bayeux armati solo con mazze e pietre, attaccati ai bastoni, sono contadini locali del Sussex che tentavano di vendicarsi degli invasori normanni, piuttosto che membri dell'esercito nazionale di tutta la nazione anglosassone (fyrd N.d.T.) normalmente reclutati. Questo campagnolo armato (B3), è probabilmente meglio equipaggiato della maggior parte dei suoi compagni, e sebbene il suo equipaggiamento per il capo consta di un semplice copricapo a forma di berretto frigio al posto di un elmetto, è in possesso di un byrnie di cuoio robusto e di un piccolo scudo a forma di aquilone, costruito con legno di cedro.
I corpi d'élite dell'esercito di Guglielmo erano composti dalla sua cavalleria. Il cavaliere medio normanno e quello alleato indossava il tipo di armatura già descritta e combatteva con la lancia, la spada o la mazza (C6). Mentre rappresenta un pomo della discordia tra gli studiosi se l'usbergo indossato da questi uomini fosse nei fatti una camicia tagliata longitudinalmente dal ginocchio all'inforcatura del corpo, là dove cominciano le cosce, oppure la metà più bassa del capo di vestiario composto dai gambali. I guerrieri stilizzati sull'Tapisserie de Bayeux certamente sembrano indossare quest'ultimo. Comunque si è fatto notare che sarebbe stato estremamente scomodo cavalcare con parti in metallo a contatto con le parti interne della coscia, così, forse, la risposta è, o il taglio dell'usbergo, oppure può essere che se venivano indossati gambali, le parti a contatto con il cavallo non erano corazzate.
La fanteria di Guglielmo comprendeva armigeri (C11) e arcieri (C3). Il soldato qui mostrato è vestito ed equipaggiato come il suo compagno a cavallo. Il suo usbergo imbottito è dotato di gambali e di cappuccio pezzi di cuoio aggiunti ad una parte del copricapo per far si che l'elmo fosse più comodo (C10). Con un'eccezione, gli arcieri normanni mostrati dall'Tapisserie de Bayeux non sono protetti da armatura. Alcuni possono aver indossato giustacuori di cuoio, ma i più sembra che abbiano combattuto indossando i vestiti di ogni giorno - una semplice tunica (possibilmente con gambali) e calzamaglia. Molti sono a capo scoperto ma altri portano, come qui, un piccolo copricapo. Vi era la tendenza, nelle maggior parte degli eserciti, a reclutare gli arcieri fra i contadini più umili e questa mancanza di indumenti protettivi doveva essere stata normale. Il tipo di arco più comune sembra essere stato abbastanza corto (lungo dai tre ai quattro piedi), tirato al petto, con la portata massima di 150 iarde. Le frecce munite di punta d'acciaio venivano portate in una faretra con l'estremità aperta ed appesa alle spalle o sospesa ad una cintura portata intorno alla cintola. L'esercito di Guglielmo poteva anche aver avuto alcuni arcieri a cavallo.
Questo ci conduce alla dibattuta questione: l'esercito inglese comprendeva o no arcieri? Generalmente si suppone che gli anglo-sassoni usavano l'arco più per cacciare che non come arma da guerra; questa credenza sembra sia stata prodotta dalla mediocre prestazione degli arcieri inglesi ad Hastings. Senza dubbio Aroldo aveva alcuni arcieri nel suo esercito nel Sussex - l'Tapisserie de Bayeux ritrae un giovane arciere sassone, rimpicciolito dai giganteschi huscarles che lo circondano - ma sembra siano stati in numero molto limitato e non erano organizzati come un'arma separata, come lo erano gli arcieri tra i normanni. D'altronde, le testimonianze che abbiamo suggeriscono che l'esercito inglese che aveva combattuto a Stamfordbridge era ben fornito di arcieri. Perché questa differenza? Può essere perché l'esercito a Stamfordbridge comprendeva un numero più alto di soldati arruolati provenienti dalle contee dell'Inghilterra centrale dell'est nel corso della marcia di Aroldo verso nord. Queste aree - parte dell'antica Danelow (zona dell'Inghilterra sotto la giurisdizione danese nel IX e X secolo n.d.t.) - erano popolate da persone che erano, se non di ceppo vichingo loro stessi, vicini di gente i cui antenati avevano fatto vela verso l'Inghilterra nelle loro lunghe navi, generazioni prima. Vi era una forte tradizione nordica relativa all'uso di arco e frecce in guerra - la difesa ad anello di Hardraada a Stamfordgridge, per esempio, era rinforzata da un cerchio interno di arcieri norvegesi - e non dovrebbe essere stato anormale per uomini che provenivano da una regione con forti relazioni con i danesi, aver ereditato anche quella tradizione. Quindi può ben essere che un contingente di anglo-danesi, sembra dal Derbyshire e dal Nottinghamshire, potrebbe aver contenuto una più ampia proporzione di arcieri che non un corpo di armati sassoni provenienti dal Sussex e dal Kent. Quel che più conta è che gli arcieri erano invariabilmente soldati di fanteria ed è dubbio che qualcuno dei veterani di Stamfordbridge, che mancava di pony ma che desiderava unirsi ad Aroldo per la sua seconda offensive nel sud, possa aver raggiunto Hastings in tempo per prendere parte alla battaglia.
Il grosso della flotta di Hardraada si radunò nel corso del mese di agosto alle isole Sulen, all'imboccatura del fiordo di Sognes, a nord di Bergen (Norvegia centrale, N.d.T.). Il lungo viaggio per l'Inghilterra sarebbe stato effettuato a tappe. Approfittando dello stesso vento da nord che stava tenendo bloccato in porto Guglielmo di Normandia, la flotta norvegese lasciò il punto di partenza e veleggiò verso Bergen. Da qui passò alle Shetland e poi verso le Orcadi, allora entrambe territorio norvegese. Ad ogni tappa si aggiungevano ad ingrossare ancor più i ranghi degli invasori altre navi ed altri guerrieri, compresi capitani e squadre di combattenti provenienti dagli insediamenti del nord in Islanda, nelle isole Faroe, nella Scozia del nord, nelle isole scozzesi ed in Irlanda. Gli autori delle saghe nordiche, che avevano indubitabilmente il vantaggio della visione del contadino scozzese, affermano che, nonostante questo grande spettacolo di forza, la potente flotta lasciò la Norvegia sotto l'ombra di cattivi auspici ed oscuri presagi poiché gli uomini fecero sogni terribili che predicevano la totale distruzione dell'armata vichinga per mano degli inglesi.
Così, all'inizio di settembre, sia dal nord che dal sud, i nemici di Aroldo d'Inghilterra volteggiavano, pronti a colpire. Il colpo proveniente dal nord, però, sarebbe arrivato come una totale sorpresa. Le navi alleate scivolarono giù per la costa dello Yorkshire, lanciando pattuglie da sbarco quando arrivarono nel Cleveland, saccheggiando ed uccidendo a Scarborough e nell'Holderness (Inghilterra centro-orientale n.d.t.). Incontrarono in quei luoghi qualche resistenza frettolosamente organizzata, ma i prodi cittadini di Scarborough e l'esercito dell'East Riding, superati di numero nell'Holderness, vennero annientati con poca fatica. Gli invasori quindi si diressero verso l'Humber per colpire il centro vitale dell'Inghilterra del nord, l'antica città di York, seconda solo a Londra quanto a dimensione ed importanza. La minuscola flotta del Northumbria era ormai stata mobilitata e gettò l'ancora a Tadcaster sul fiume Wharfe, senza dubbio sperando, se se ne fosse presentata l'opportunità, di bloccare la via di fuga dei norvegesi. Aroldo Sigurdsson era un lupo di mare troppo vecchio e astuto per essere così superato in abilità strategica; semplicemente gettò l'ancora due miglia prima della confluenza dell'Ouse col Wharfe, a Ricall. Quindi, lasciando un forte contingente di uomini a guardia delle navi, prontamente si avviò con i rimanenti verso York, alcune decine di miglia a nord.
La zona intorno a York era in quei tempi molto piatta e paludosa, anche nel corso di un'estate secca. Morkere, con autentico stile tedesco, fermò il suo piccolo esercito in un campo pesante ed aperto a Gate Fulford (ora un sobborgo di York), bloccando subito la linea di marcia degli invasori. Formò con gli uomini numerosi profondi ranghi, con il lato destro appoggiato all'argine orientale del fiume Ouse e quello sinistro protetto dal fossato paludoso che correva lungo il fianco di Ricall verso la strada per York.
Alla fine della battaglia, che sembra si sia allargata almeno fino alle porte di York, l'esercito Northumbriano aveva praticamente cessato di esistere ed il fossato era ostruito dai corpi dei soldati, massacrati ed annegati, che Aroldo Godwineson non poteva permettersi di perdere.
Sebbene la vittoria di Fulford consegnasse York su un piatto a Hardraada e Tostig, questi non fecero alcun passo immediato per entrarvi e prenderne possesso. Anzi Hardraada rimandò indietro i suoi uomini a Ricall dove stavano le navi ed iniziò lunghe trattative con i capi municipali di York riguardo la resa formale della città e la consegna degli ostaggi. In cambio del riconoscimento, da parte degli anziani della città, del re norvegese come loro nuovo capo, acconsentì a non saccheggiare il luogo. Fu un compromesso a vantaggio, naturalmente, del norvegese, dal momento che aveva bisogno di una base per le operazioni future e probabilmente di un rifugio per l'inverno. Hardraada sapeva anche che Aroldo e Guglielmo avrebbero potuto sbarazzarsi di lui prima che potesse sentirsi veramente sicuro; perciò aveva bisogno di tutto l'aiuto e la cooperazione che poteva ricevere dagli inglesi. Ci si accordò che avrebbe avuto luogo un incontro a circa otto miglia a nordest della città, nel luogo dove le strade provenienti da tutte le regioni dello Yorkshire dell'est convergevano al passaggio del fiume Derwent, luogo conosciuto come Stamfordbridge, per la decisione finale sui dettagli relativi al passaggio di mano della città di York.
Dopo aver fatto brevemente riposare gli uomini stanchi ed i pony a Tadcaster, Aroldo, sapendo che i nemici erano ancora beatamente ignari della sua presenza, avanzò verso York. Non vi fu, naturalmente, alcuna resistenza; i cittadini dimenticarono prudentemente il recente giuramento ad Hardraada e precipitosamente garantirono il loro appoggio ad Aroldo Godwineson !
Gli inglesi avendo preso saldamente il ponte, attraversarono il Derwent e si disposero per la battaglia sull'altra sponda. La nostra conoscenza su quanto accadde da questo momento in poi deriva da una sola fonte, il resoconto compilato due secoli dopo da uno scrittore islandese, Snorri Sturluson. Costui è una fonte controversa. Alcuni storici lo respingono in quanto totalmente inattendibile, affermando che avesse, di fatto, confuso questo scontro con la battaglia di Hastings! Si deve dire che la versione di Snorri su quanto accadde a Stamfordbridge non sembra particolarmente simile al racconto oggi accettato del successivo decisivo scontro tra Aroldo e Guglielmo.
Snorri, come molti altri scrittori medioevali, rende interessante la narrazione con episodi che, sebbene possano ben avere qualche fondamento storico, quasi certamente non avvennero nel modo con il quale li descrive. Così, egli vorrebbe farci credere che prima che la battaglia vera e propria iniziasse, un gruppo di venti huscarl pesantemente armati raggiunse la linea di battaglia alleata. Il loro comandante trovò Tostig e gli comunicò che Aroldo lo avrebbe perdonato e gli avrebbe restituito la contea in cambio della promessa di lealtà.
E' un racconto pittoresco ed alquanto drammatico e, mentre noi dovremmo ben considerarlo immaginario, è possibile che derivi da un effettivo tentativo da parte di Aroldo, prima che la carneficina avesse effettivamente inizio, di isolare Tostig dall'alleato norvegese. Se il re inglese tentò in qualche modo di rompere l'associazione Hardraada-Tostig, senza dubbio fallì. Non vi è testimonianza di alcuna defezione su larga scala tra le fila norvegesi da parte dei Fiamminghi, degli Scozzesi e degli Inglesi esiliati, ed i comandanti alleati rimasero uniti fino alla morte. La calma relativa che aveva seguito la cattura del ponte venne subito infranta dal suono delle trombe e dalle selvagge grida di battaglia quando gli inglesi, in risposta all'ordine di attacco di Aroldo, incominciarono a muovere in avanti su per il pendio e verso i norvegesi in attesa. Araldo Sigurdsson, si è detto, aveva allineato le truppe in formazione da battaglia su una linea "lunga ma non profonda". Quindi aveva fatto curvare indietro entrambe le ali fino a che si toccarono, formando un cerchio vuoto o forse una formazione a triangolo. Venne ordinato agli uomini di mettere avanti le lance, in modo da formare un'irta barriera di acciaio all'interno della quale vennero piazzati gli arcieri ed i pochi cavalli dei norvegesi vennero impastoiati.
La rischiosa impresa di Aroldo aveva avuto pieno successo; aveva sbaragliato ed ucciso il temibile Hardraada, aveva annientato tutto il suo esercito e catturato la sua flotta. Nel fare ciò, comunque, immense erano state le sue perdite. Queste erano inoltre ricadute sulle sue migliori truppe e sarebbe stato necessario del tempo per riparare il danno. Questo tempo non gli venne concesso. Benché fosse urgente ritornare nel sud, Aroldo avrebbe dovuto passare alcuni giorni nel nord, impegnato nelle trattative con Olaf e nella risistemazione del Northumbria sotto l'autorità di Morkere, mentre i suoi soldati esausti si prendevano un ben meritato riposo. Un giorno, intorno al 1° ottobre, la notizia che meno egli desiderava ascoltare, arrivò; Guglielmo di Normandia era sbarcato a Pevensey, nel Sussex. Alcuni resoconti affermano che Aroldo era seduto ad un banchetto per la vittoria a York quando gli venne data la notizia; egli e quegli uomini che potevano mettersi in marcia, avrebbero ben potuto, infatti, in quel momento, essere già sulla strada per Londra. Per la maggior parte di quegli uomini, quel viaggio li avrebbe condotti alla fine nel luogo della loro morte, su un crinale sopra il porto della città di Hastings, nel Sussex. La battaglia verso la quale stavano cavalcando non sarebbe stata simile a quella che avevano appena combattuto, ma avrebbe segnato il destino dell'Inghilterra anglosassone.
Guglielmo era sia un buon diplomatico che un buon soldato; immediatamente intraprese un'operazione di pubbliche relazioni abilmente concepita, destinata a difendere la propria causa mentre demoliva quella dell'inglese. Tenne una serie di assemblee e conferenze in ogni parte del suo ducato ed inviò emissari alle corti di Francia e delle Fiandre e dal Papa a Roma, facendo pubblicità all'imparzialità della sua causa. Guglielmo sapeva che la Normandia da sola non aveva le risorse per sfidare la forza dell'Inghilterra, ma il suo colpo magistrale stava per ottenere il sostegno del Papa Alessandro III. Da principio anche i suoi stessi baroni avevano bisogno di essere convinti che il progetto che stava proponendo offriva qualche possibilità di successo. La loro volonterosa cooperazione era essenziale, poiché anche i venti giorni di servizio militare che davano a turno era tutto ciò che Guglielmo poteva chiedere loro come diritto feudale ed in nessun modo si estendeva oltre i confini di Francia. Comunque, sfidando l'onore ed il coraggio degli uomini, eccitando la loro bramosia con promesse di bottino ed acquietando ogni tormento della coscienza ricordando loro di sovente che l'invasione che si prefiggeva aveva la benedizione di Roma, il duca normanno non solo ottenne il sostegno interno, ma ben presto attirò sotto il suo stendardo volontari e mercenari da tutta l'Europa dell'ovest. Il successivo compito di Guglielmo era quello di costruire una forza d'invasione. A differenza di Aroldo e Hardraada, egli non possedeva già una flotta, così avrebbe dovuto cominciare da zero. A quei signori ed a quei baroni che erano d'accordo nel seguirlo, venne richiesto di fornire uomini e navi come pure i propri servigi; la dimensione di ogni contingente dipendeva dal rango e dallo status dei suoi comandanti, così come l'entità delle ricompense da ripartire dopo la vittoria. Guglielmo costrinse al servizio un intero esercito di carpentieri e maestri d'ascia in diversi porti lungo tutta la costa della Normandia ed a partire da maggio la sua flotta cominciava a prendere forma quando ciascun vascello in fase di completamento venne fatto salpare verso il punto di riunione alla foce del fiume Dives, 14 miglia a nordest di Caen ed a circa 100 miglia in direzione sud dal Sussex. Queste navi - trasporti truppe, navi da battaglia e da trasporto - erano di tipi diversi e di diverse misure; la maggior parte sembra siano state imbarcazioni col ponte scoperto, con i fianchi larghi, lunghe circa cinquanta piedi, ciascuna delle quali aveva un'ampia vela ed un piccolo remo per timone. Erano stati costruiti per attraversare il canale una sola volta e dovevano avere vento favorevole per prendere l'abbrivio. Questa limitazione dovette essere un fattore estremamente importante nella regolazione della corsa di Guglielmo ed Araldo Sigurdsson per il trono d'Inghilterra. Entro la seconda settimana di agosto Guglielmo era pronto per salpare. In meno di tre mesi aveva arruolato, riunito ed equipaggiato una forza di invasione anfibia composta da circa 12000 uomini e 700 navi. Non aveva solo questo ma anche, in aggiunta, era riuscito a trovare il modo di trasportare forse 4000 cavalli da battaglia; nessun altro generale occidentale aveva mai tentato prima una cosa del genere. Fu un'impresa notevole, che rivelava chiaramente la tremenda energia del duca e la sua abilità organizzativa. Guglielmo, comunque, non poteva organizzare il tempo; per tre settimane o più venti contrari impedirono alla sua flotta di prendere il mare. Quando, all'inizio di settembre, il vento iniziò a soffiare da sud e la superba e gaiamente vestita armata fu finalmente in grado di spingersi nel Canale, una violenta tempesta si alzò improvvisamente e le navi normanne dovettero battere in rapida ritirata verso il porto di St. Valery, 20 miglia ad ovest di Dieppe. (Alcuni resoconti affermano che Guglielmo aveva sempre ritenuto che St. Valery doveva essere il punto di partenza finale per l'invasione e quando la tempesta colpì egli stava andando là). In entrambe i casi fu un inizio infausto per una campagna di guerra: le navi e le provviste erano state danneggiate e perse, uomini e cavalli erano annegati e, con la ripresa del vento da nord, Guglielmo sempre più arrabbiato e frustrato fu costretto a trascorrere un altro periodo di forzata inattività. Infatti, malgrado i ritardi e questo temporaneo impedimento, le condizioni metereologiche, che sarebbero state di suprema importanza nel determinare le conseguenze degli eventi, ci mostrano ora quanto abbiano lavorato uniformemente e stranamente per Guglielmo e contro Aroldo. Poiché, se in verità il normanno era stato in grado di partire come in origine aveva pianificato, avrebbe dovuto combattere contro l'intera flotta inglese e con l'esercito mobilitati; le sue probabilità di successo sarebbero state scarse. Per come stavano le cose, l'audacia vichinga che era alla base di tutti gli accurati preparativi di Guglielmo, sarebbe stata ricompensata in pieno. Quando il cambiamento della direzione del vento il 27 settembre rese alla fine possibile un nuovo tentativo di attraversamento della Manica, in mare non vi erano navi inglesi, ed Aroldo con i suoi uomini erano lontani, a nord. Lo sbarco normanno nella baia di Pevensey, la mattina del 28 settembre, non incontrò alcuna opposizione. Quando Guglielmo imbarcò le sue impazienti truppe per quel decisivo viaggio notturno, stava navigando verso l'ignoto nel vero senso della parola. Avrebbe dovuto aver saputo che Aroldo aveva dovuto congedare il fyrd, era stato messo al corrente dell'invasione dello Yorkshire da parte di Hardraada e, sicuramente, della sua vittoria a Fulford. Ma non avrebbe fatto in tempo a venir a sapere della battaglia di Stamfordbridge, combattuta solo due giorni prima, e così non aveva modo di conoscere se il prossimo confronto sarebbe stato con il re o con il pretendente norvegese. Pevensey era stata evidentemente scelta con cura da Guglielmo poiché era il luogo della costa del Sussex più idoneo ad accogliere lo sbarco del suo esercito. Qui la linea costiera è drammaticamente cambiata dal 1066; in quei giorni la baia di Pevensey era un'ampia e riparata laguna che permetteva l'accesso ad una penisola isolata, quasi attorniata da un fossato ed il cui unico legame con il retroterra a nord era una stretta sella di terreno larga meno di un miglio. Qualsiasi esercito che si fosse avvicinato avrebbe dovuto avanzare lungo questo contrafforte montano. Guglielmo si trattenne a lungo a Pevensey per costruire un castello di legno prima di muovere le truppe e le navi verso est, ad Hastings, dove venne eretta un'altra palizzata che serviva come posto d'osservazione e come ultima trincea-rifugio se tutto fosse andato male. Gli invasori erano arrivati nel Sussex da circa una settimana quando Guglielmo ricevette la notizia della vittoria di Aroldo su Hardraada. Ora, finalmente, sapeva quale avversario doveva vincere. La questione essenziale era ora che effetti avrebbe avuto la vittoria di Stamfordbridge. Aroldo si sarebbe precipitato a sud, come sperava il duca normanno, e dato battaglia sul terreno scelto da Guglielmo, o si sarebbe trattenuto, bloccando i trasgressori impertinenti dentro la stretta area nella quale erano sbarcati, e li avrebbe o presi per fame o aspettato la primavera per attaccarli con forze schiaccianti? I Normanni, come se volesse incoraggiare Aroldo ad adottare la prima delle due politiche, appena arrivati, dettero inizio ad un dominio di terrore. Gli insediamenti attorno ad Hastings vennero sistematicamente saccheggiati e quindi distrutti; gli abitanti sopravvissuti vennero scacciati per ogni dove a spargere la notizia della devastazione.
Aroldo Godwineson - con un'altra epica marcia forzata - aveva raggiunto Londra il 5
ottobre con quegli huscarl e quei thani a cavallo adatti al compito. Sembra
verosimile che mentre il re ed il suo corpo di truppe scelte avevano raggiunto il sud,
altre truppe stavano raggiungendo Londra con passo meno veloce, diffondendo notizie sulla
grande vittoria di Aroldo e reclutando uomini per la prova d'armi che avrebbe presto avuto
luogo. Gli altri veterani di Stamfordbridge con le ossa stanche, i soldati di fanteria del
fyrd, avevano preso la via del sud come meglio avevano potuto. Sull'altro lato della piccola valle, anche l'esercito inglese si stava preparando per
la battaglia. I Sassoni, stanchi morti dopo la lunga marcia, si erano alzati da poco. La
posizione scelta da Aroldo, comunque, era forte. Il crinale senza nome sul quale si erano
radunati era largo circa mezzo miglio e formava la cresta meridionale più allargata del
contrafforte che correva in direzione nord verso la collina di Calbeck. Il crinale era uno
spartiacque; l'area circostante - il terreno attraverso il quale i normanni avrebbero
dovuto avanzare - era irregolare, rotto da torrenti e in gran parte non coltivato.
Entrambe i fianchi erano protetti da acquitrini.
Aroldo aveva piazzato la sua postazione di comando sul punto più alto del crinale, dove sarebbe stato posto l'Altare Maggiore della Battle Abbey; da qui gli ordini di tenersi saldi venivano trasmessi alle truppe. Ormai impegnato nella battaglia, il sovrano inglese senza dubbio sperò che una volta che i normanni si fossero sfiniti in faticosi e formali assalti, sarebbe stato in grado di contrattaccare e distruggerli completamente. Un tale piano, comunque, richiedeva una buona quantità di autocontrollo e disciplina da parte dei difensori; una merce presente in quantità insufficiente tra l'impaziente folla che componeva il fyrd; gli uomini battevano i piedi, imprecavano e scherzavano aspettando l'attacco normanno. La tensione inevitabile che precede ogni battaglia venne immediatamente liberata quando lo squillo acuto delle trombe segnalò l'inizio delle ostilità. La prima azione giunse dagli arcieri alleati. Quando avanzarono camminando a fatica attraverso la vallata fangosa, gli uomini delle linee opposte si strinsero per proteggersi dalla tempesta che stava per scoppiare. A circa 100 iarde dalle posizioni sassoni, gli arcieri si fermarono ed iniziarono a lanciare scariche di frecce fischianti verso le linee inglesi. Qui e là una freccia colpiva il bersaglio, ma la maggior parte fecero fracasso contro la barriera degli scudi come una grandinata, oppure sorvolarono in modo inoffensivo le teste degli inglesi e caddero oltre, nelle gole e nei burroni. Pochi arcieri inglesi erano riusciti a raggiungere l'adunata di Aroldo in tempo, così, praticamente, vi era una circolazione di frecce a senso unico. In breve tempo i tiri scemarono, quando le faretre si svuotarono e uno per uno gli arcieri si ritirarono per far posto agli armigeri. Era ora il turno dei soldati di Guglielmo di sopportare una grandine di proiettili. Quando la fanteria alleata lentamente avanzò su per la collina ed arrivò a poche iarde dalla falange di scudi, fu salutata da una pioggia apparentemente interminabile di giavellotti, asce da lancio e pietre fissate su pezzi di legno. Coloro che fuggivano perché trafitti o perché avevano la testa rotta e le ossa fracassate da questo snervante tiro di sbarramento, erano poi esposti ai colpi mortali delle lame, delle alabarde e delle asce inglesi quando i due eserciti si avvicinarono. Sembra certo che in questo scontro iniziale, i thani, gli huscarl e gli uomini del fyrd ebbero la meglio sugli avversari. Per lo meno un cronista normanno testimonia la grande possanza fisica dei guerrieri inglesi - in modo particolare degli huscarl - che possedevano, in aggiunta, il vantaggio della pendenza. Le asce impugnate a due mani spaccavano scudi ed usberghi con facilità allarmante e presto la velocità del massacro lungo il crinale rallentò quando i soldati di fanteria normanni colpiti cessarono di combattere. Il fondo della vallata tremò al suono degli zoccoli e lo scenario autunnale venne ravvivato dalle bandiere da segnalazione vivacemente colorate che ondeggiavano sopra una foresta di elmi luccicanti quando la cavalleria del duca Guglielmo andò all'attacco. Questi cavalieri non cercarono l'assalto in massa e frontale contro gli inglesi strettamente raggruppati, poiché i loro cavalli si sarebbero in ogni caso spaventati di fronte ad un ostacolo così terrificante. Invece galopparono fino ad arrivare a poche iarde del muro di scudi in piccoli gruppi, lanciarono i giavellotti, quindi cercarono di sfruttare ogni breccia provocata dalle perdite derivanti facendo ruotare le mazze e dando stoccare con la spada. Gli inglesi diedero loro una calda accoglienza; asce da lancio, mazze e lance, abbatterono sia uomini che cavalli e nella lotta corpo a corpo le asce a due mani si dimostrarono efficaci come nella precedente mischia. Insulti, imprecazioni e grida di battaglia si mescolarono al clangore delle armi ed alle urla degli animali e dei soldati feriti. "Fuori! fuori!", urlavano gli inglesi, "Dex Aidel!" (Dio ci aiuti!), gridavano i normanni in risposta. Nessuna fazione era in grado di capire le parole dell'altra, ed agli invasori che parlavano francese, l'inglese sembrava l'abbaiare dei cani! Allora, improvvisamente, durante questa carneficina, il morale della divisione bretone, alla sinistra degli alleati, si lasciò spezzare. Sembra che questi uomini fossero i meno esperti tra le truppe di Guglielmo. Erano stati reclutati soprattutto nelle aree rurali più arretrate (alcuni precedentemente erano banditi) e pochi avevano già avuto esperienze di battaglia. Messi a disagio dalla furiosa e forse inaspettata resistenza incontrata, queste truppe, uomini a cavallo e soldati di fanteria, iniziarono una ritirata disordinata giù per il pendio per potersi riunire di nuovo. La parte rimanente dell'esercito di Guglielmo osservò con inquietudine questo movimento all'indietro; la divisione normanna, spaventata dal fatto di aver esposto il fianco destro, iniziò anch'essa a ritirarsi. Ormai i semi della paura avevano iniziato a spargersi quando si aggirò la voce che Guglielmo fosse stato ucciso e la ritirata minacciò di trasformarsi in rotta. Guglielmo, in quale nei fatti non aveva ancora preso parte alla battaglia, si rese immediatamente conto del pericolo e si piazzò sulla traiettoria dei soldati atterriti. Togliendosi l'elmo dalla faccia in modo tale che potessero vederlo vivo, non solo riuscì a fermare la loro ritirata ed a restituire loro la fiducia in se stessi, ma ardentemente colse al volo l'opportunità d'oro che questo imminente disastro gli aveva offerto. La vista dei bretoni in completa ritirata aveva messo sin troppo alla prova i sovreccitati soldati contadini lungo il fianco destro del muro di scudi. Facendosi largo a spallate oltre il bordo esterno formato dai thani e dagli huscarl, erano partiti all'inseguimento. In mezzo agli acquitrini ed al pantano ai piedi della collina, erano riusciti a raggiungere alcuni degli alleati occidentali di Guglielmo che si muovevano faticosamente nel fango, disarcionarono gli sfortunati nemici e li massacrarono con entusiasmo prima di proseguire la corsa selvaggia in profondità nelle linee normanne. Guglielmo a questo punto guidò i suoi cavalieri contro questi audaci campagnoli i quali, mancando di armature e sorpresi su un terreno aperto e piatto, vennero presto a loro volta massacrati. Alcuni tentarono di opporre resistenza su una piccola collinetta, ma non furono in grado di resistere a lungo e pochi o nessuno, riuscirono a riguadagnare le linee inglesi. Aroldo deve aver osservato questo massacro con orrore e collera, ma non vi era nulla che potesse fare. L'episodio confermava la correttezza del suo ordine di star fermi. L'unica speranza per le truppe inglesi era quella di tenere la posizione finché l'esercito di Guglielmo non fosse più in grado di scagliare un attacco. Questa, per lo meno, è l'interpretazione tradizionale di questa fase della battaglia. Alcuni autori suggeriscono che la carica della milizia poteva esser stata, nei fatti, un contrattacco condotto, forse, dai fratelli di Aroldo, Gyrth e Leofwine che fallirono il colpo, mentre altri criticano il capo inglese per non aver mosso all'offensiva l'intera sua forza quando gli alleati mostrarono per la prima volta segni di disgregazione. La verità è che questi eventi ebbero luogo troppo tempo fa ed i resoconti di coloro che sono sopravvissuti sono troppo unilaterali, troppo pieni di esagerazioni e troppo distorti dal mito affinché chiunque oggi possa essere in grado di fare altro che non elaborare congetture intorno a gran parte di quanto accadde in quel giorno sanguinoso. Gli sforzi della mattinata avevano lasciato entrambe le parti malconce e bisognose di riposo; vi fu quindi una pausa mentre Guglielmo ricompattò di nuovo le sue bistrattate divisioni ed Aroldo tentò di riparare alcuni dei danni causati dalla perdita di così tanti soldati del fyrd. Le provviste e l'acqua vennero ben presto divorate, i feriti soccorsi, i morti sgombrati per il prossimo scontro. Attorno a mezzogiorno, gli arcieri normanni, dopo aver riempito le loro faretre, scagliarono di nuovo una grandinata di frecce contro il muro di scudi, come preludio ad un altro assalto della fanteria. Dopo aver fatto arretrare gli armigeri, i cavalieri alleati ripeterono le loro assalti contro i ranghi inglesi e scaricarono le lance prima di attaccare i punti deboli della linea difensiva. Evidentemente Guglielmo continuò questo tipo di attacco nel corso di tutto il pomeriggio. Questi attacchi alternati di arcieri, soldati di fanteria e cavalleria non solo gli permettevano la mobilità negata al muro di scudi di Aroldo, il quale poteva solo star fermo e "prenderle", ma ciò significava anche che le sue truppe potevano per lo meno fare qualche pausa tra un assalto e l'altro. Ma mentre vi era poca o nessuna diminuzione di pressione per i ranghi frontali dell'esercito di Aroldo, la tenace linea inglese continuava a tenere duro. I combattimenti lungo il crinale divennero sempre più accaniti e sconnessi. Si disse che a Guglielmo, che ora guidava personalmente i suoi cavalieri, vennero uccisi ben tre cavalli. Due volte, ci raccontano le cronache normanne, la sua cavalleria inscenò finte ritirate per provocare all'inseguimento un numero maggiore delle tormentate truppe di Aroldo e per poterle massacrare in campo aperto. Ancora una volta, forse, queste erano sortite messe in scena per sfruttare qualche successo parziale o anche, per recuperare lance ed asce, ma che si spinsero troppo lontano. Ad un certo punto nel corso di questa logorante battaglia, Gyrth e Leonwine vennero uccisi, denotando che per il momento gli alleati stavano probabilmente per iniziare ad effettuare serie incursioni nelle affaticate linee sassoni. Comunque, tra i ranghi degli huscarl e degli uomini della milizia vi era un evidente indietreggiare, la loro posizione e gli accessi a questi erano cosparsi di inglesi morti, come pure di corpi di alleati che formavano uno spesso strato sul terreno inzuppato di sangue; ai cavalieri esausti e stravolti ed agli armigeri la vittoria deve esser sembrata lontana come non mai. Il dragone d'oro del Wessex ancora si increspava con aria di sfida sopra le teste dei difensori. Era ora pomeriggio inoltrato; Guglielmo disperava di assicurarsi la vittoria prima che le tenebre giungessero in soccorso dei sui tenaci nemici. Decise quindi di modificare la sua tattica. Ordinò agli arcieri di scagliare le frecce restanti alte nel cielo, cosicché cadessero a pioggia sopra i soldati meno armati nelle retroguardie inglesi. (Questa scelta può essergli venuta in mente poiché dopo sei o sette ore di lotta le formazioni si erano completamente confuse e gli assalti erano divenuti sempre più difficili da coordinare. Il tiro delle frecce ad angolo basso, dirette verso il selvaggio scontro corpo a corpo che avveniva sul crinale avrebbe provocato molte perdite, sia sassoni che normanne). Lo stratagemma funzionò. L'improvvisa ed inaspettata pioggia di frecce verticale provocò gravi perdite tra i ranghi posti dietro il muro di scudi, e ciò, unito alla continua pressione sul fronte, costrinse alla fine la linea inglese a cedere. La ben nota storia che vede Aroldo colpito nell'occhio da una di queste frecce probabilmente discende da un errato riferimento ad una sezione dell'Tapisserie de Bayeux dovuto ad un autore circa trent'anni dopo. E', forse, più probabile che il sovrano inglese venne abbattuto dai cavalieri normanni. Un racconto narra di un gruppo di venti cavalieri che, al culmine della battaglia, tentarono di farsi strada con la forza tra le linee inglesi verso dove Aroldo e le sue guardie del corpo stazionavano a difesa degli stendardi. Solo due normanni - Hugh de Montford e Walter Gilford - e due francesi - Eustace de Boulogne e Ivo de Pontieu - riuscirono a raggiungere Aroldo e manovrarono con lo scopo di ucciderlo. Ivo de Pontieu, si disse, andò a colpire ripetutamente il corpo di Aroldo dopo la sua morte, e per quest'azione spregevole venne espulso dall'esercito normanno. In qualsiasi modo abbia incontrato la sua fine, la morte di Aroldo portò alla vittoria di Guglielmo. Qui e là piccoli gruppi di sassoni combatterono fino alla morte Gli huscarl sembra siano morti pressoché tutti, la maggior parte degli inglesi sopravvissuti fuggirono dal crinale verso la salvezza nella foresta di Andredsweald. Il campo di battaglia veniva avvolto dal buio quando i normanni sopraffecero le ultime sacche di resistenza, e venne organizzato da Eustace de Boulogne un inseguimento del nemico battuto che terminò rapidamente quando un gruppo di cavalieri diretti verso la foresta di Andredsweald cadde a capofitto dentro una selvaggia e profonda gola. Le perdite normanne, accresciute a causa delle pietre e delle lance scagliate dagli inglesi che si erano provvisoriamente radunati sull'altro lato del crinale, furono così grandi che il luogo divenne noto come il "Malfosse" o "Fossato della disgrazia". Dopo la battaglia, Guglielmo si inginocchiò a ringraziare per la vittoria duramente conquistata; quindi ordinò che la sua tenda fosse innalzata sul pendio dove i morti erano più numerosi, vicino al luogo dove erano piantati gli stendardi di Aroldo. Nessuno degli esausti vincitori che passarono la notte su questo terrificante crinale - da quel momento conosciuto come la collina di Senlac - poteva essersi reso conto che avevano praticamente conquistato l'Inghilterra con un sol colpo. Gli inglesi sarebbero stati incapaci di trovare un capo per rimpiazzare l'uomo il cui corpo sfigurato dalla battaglia giaceva ora tra quelli dei suoi prodi huscarl; il giorno di Natale del 1066, Guglielmo di Normandia ottenne la corona che aveva così a lungo agognato. |